Geografie del Corpo
Attraversammo il ponte e davanti a noi apparve la skyline della città: torri, cupole e mura riflettevano nei laghi che la circondano, come in uno specchio immobile.
Entrando nel centro storico, ci trovammo in Piazza Sordello, ampia e silenziosa, quasi solenne. Il Palazzo Ducale dominava la scena, con le sue stanze infinite e i cortili nascosti. Camminando tra quei muri, sembrava di sentire ancora i passi dei Gonzaga, la famiglia che trasformò Mantova in una delle capitali del Rinascimento.
Più avanti, le strade si fecero strette e accoglienti. Ogni vicolo raccontava qualcosa: una finestra decorata, una piccola bottega, il profumo di cucina che usciva dalle osterie. Mantova non si mostra tutta insieme — bisogna scoprirla piano, passo dopo passo.
Arrivammo poi alla Basilica di Sant’Andrea, imponente e luminosa. L’interno era così grande che il silenzio sembrava amplificarsi, come se anche i pensieri dovessero rallentare per adattarsi a quel luogo.
Nel pomeriggio, il sole iniziò a scendere e tornammo verso l’acqua. Dal lungolago la città appariva diversa: più dolce, quasi fragile. Le luci iniziavano ad accendersi e i palazzi si riflettevano nel Mincio, creando un quadro perfetto.
Restammo lì qualche minuto senza parlare.
Mantova non è una città che ti travolge. È una città che ti entra dentro piano, con eleganza. E quando vai via, ti accorgi che qualcosa è rimasto con te.